Quelli del Bozen
- Fonte: Europa
- Data: 11/08/2007
- Autore: Francesco Lo Sardo
Erano per lo più contadini, considerati incapaci e inaffidabili dai superiori. Tipi strani, teste di legno tirolesi, Tiroler Holzkopfe, li sfottevano i tedeschi: tanto strani che dopo l’attentato ai loro commilitoni rifiutarono di partecipare all’eccidio delle Fosse Ardeatine. Questa tesi, in gran parte nota, viene documentata con nuovi elementi storici dal ricercatore Lorenzo Baratter, in uno dei capitoli del libro Le Dolomiti del Terzo Reich (Mursia), dedicato all’occupazione nazista delle province di Trento, Bolzano e Belluno: «I partigiani agirono con l’intento di colpire un reparto che rappresentava l’occupante nazista» ma «gli uomini del Bozen appartenevano ad una popolazione che due regimi totalitari, il fascismo e il nazismo, avevano fatto bersaglio di umiliazioni, violenze e repressioni», scrive lo storico trentino. Una delle tante beffe della storia. «Il fatto che gli appartenenti ai Gap non lo potessero immaginare – osserva Baratter – non autorizza gli storici, viste le informazioni che abbiamo a disposizione, a continuare a perpetrare il silenzio» su aspetti documentali che non mettono in discussione l’azione compiuta dai partigiani.
I soldati del Bozen non erano volontari, spiega Baratter citando le ordinanze emesse da Hofer, commissario supremo dell’Alpenvorland (la Zona di operazioni delle Prealpi che dopo l’8 settembre incluse le province di Trento, Bolzano e Belluno, considerate all’interno dei confini germanici). Dal gennaio ’44 tutti i maschi delle classi dal 1894 al 1926 furono obbligati al servizio di guerra.
Si trattò, racconta Baratter, di un vero e proprio rastrellamento di sudtirolesi: per chi si fosse sottratto alla chiamata, la pena era la condanna a morte, commutata in carcere duro, il lager, fino a dieci anni. La pena dell’arresto era comminata anche ai «complici»: mogli, genitori, figli, fratelli e sorelle.
Un altro interessante dettaglio è rivelato dalle carte del Bollettino dei comandanti di polizia del 1944: il Polizeiregiment Bozen fu ribattezzato amministrativamente SS-Polizeiregiment Bozen il 16 aprile 1944: 24 giorni dopo l’attentato di via Rasella. Il Bozen, completato l’addestramento a Gries, era stato destinato a Roma, dove arrivò a scaglioni tra il 12 gennaio e il 18 febbraio 1944. Baratter ricorda che dopo la fine della guerra, nel febbraio 1946, la delegazione italiana alla conferenza di pace di Parigi descrisse in un memoriale il Bozen come un reggimento le cui unità «furono impiegate anche a Roma nei famosi rastrellamenti dell’inverno 1943- 44», incluso quello famigerato del 18 ottobre ’43 al Ghetto, col quale un migliaio di ebrei romani furono deportati nei campi di sterminio. Quel giorno, però, i sudtirolesi del Bozen stavano iniziando il loro addestramento, a mille chilometri da Roma. Una volta accasermati nella capitale, ai soldati del Bozen fu proibito ogni rapporto con la popolazione civile: il fatto che quegli uomini conoscessero anche l’italiano era ritenuto un rischio per la sicurezza dei tedeschi.
Per la maggior parte erano «cattolici convinti» e furono perciò sottoposti ad ogni sorta di angherie dai superiori: gli era proibito recarsi in chiesa e, se scoperti, erano costretti a rientrare in caserma in ginocchio tra le urla degli ufficiali che li insultavano come «traditori », «maiali», «bastardi ». Baratter racconta che nelle ore successive all’attentato di via Rasella, le «teste di legno tirolesi» rifiutarono di partecipare alla rappresaglia, contravvenendo alla consuetudine che assegnava quel compito agli appartenenti allo stesso reparto che veniva colpito. Un soldato parlò a nome dell’intero battaglione: disse che erano buoni cattolici e non intendevano uccidere civili. Col crollo del fronte di Cassino, il Bozen risalì a nord via Firenze. Se ne ritrovano le tracce in aprile in Piemonte, poi in Cadore. Nel ’45, dopo l’ordine di ritirata, le compagnie superstiti superarono il passo Falzarego e rientrarono in Alto Adige. A casa. La guerra del Bozen era finita.