Via Rasella, morti dimenticati
- Fonte: Adige
- Data: 17/01/2004
- Autore: Pierangelo Giovannetti
I 33 soldati uccisi a Roma erano sudtirolesi e ladini. Un nuovo libro riapre il "caso", e scopre la sepoltura
Sono ancora sepolti a Roma, sulla via Pontina, presso il cimitero militare germanico di Pomezia, i resti dei caduti della strage di via Rasella del 23 marzo 1944, quando un attentato dei partigiani causò la morte die trentatré soldati altoatesini del battaglione Bozen. Per rappresaglia i nazisti decisero il massacro delle Fosse Ardeatine e l'uccisione di 335 persone, fra cui settantacinque ebrei ed esponenti della resistenza.
Per decenni le vittime di via Rasella erano state bollate come SS, Schutzstaffeln, camicie brune delle squadre naziste. Erano invece soldati del Polizeiregiment Bozen, componenti dell'undicesima compagnia, tutti cittadini italiani, sudtirolesi e ladini, che avevano prestato servizio militare per il Regno d'Italia giurando fedeltà ai Savoia. Provenivano da paesi dell'Alto Adige, da paesi come Caldaro, Vipiteno, Prato allo Stelvio, Luson, Sarnes. Parlavano italiano. Avevano nomi di chiara origine italiana: Disertori, Stedile, Palla, Pescosta.
Di loro, per anni, si cercò di cancellare ogni traccia. Nell'iconografia classica della resitenza erano i "nemici nazisti" . Per decenni in Trentino Alto Adige non vi fu nemmeno una lapide con i loro nomi. Solo un foglio di carta pergamena, vergato a mano con inchiostro di china, appeso alle pareti della chiesetta di Pietralba "Zum gedenken unserer Kameraden welche am 23.3.1944 in Rom gefallen sind" (In ricordo dei nostri compagni caduti a Roma). Di loro non si sapeva nemmeno dove erano sepolti. Morti dimenticati. ora un libro fresco di stampa riapre il "caso", indicando il luogo di sepoltura e precise indicazioni per riconoscerne, uno per uno, l'identità. Il libro è "Dall'Alpenvorland a via Rasella. Storia dei reggimenti di polizia sudtirolesi (1943-1945)", del giovane storico di Pomarolo Lorenzo Baratter, edito dalla casa editrice Publilux di Augusto Giovannini. La ricerca sarà presentata lunedì prossimo 19 gennaio alle 11, presso la sala giunta della Regione. Si tratta di una sintesi delle operazioni militari dei battaglioni Bolzano, Silandro e CST (Corpo di Sicurezza Trentino) nel periodo più burrascoso della seconda guerra mondiale nella nostra regione. Ma la parte più interessante del volume è senza dubbio quella riguardante la strage di via Rasella e l'uccisione dei trentatré sudtirolesi, con l'individuazione del loro luogo di sepoltura e la compilazione esatta della lista dei caduti, con età, provenienza e numero di tomba. "Eravamo stati arruolati per forza tre mesi prima senza volerlo" raccontò in una intervista a l'Adige nel luglio 1997 uno dei sopravvissuti, Arthur Atz, contadino di Caldaro. "Dopo l'8settembre 1943 quando l'Italia si è divisa, il Sudtirolo è diventato provincia del Reich. Tre compagnie del Bozen, la nona, la decima e l'undicesima andarono a formare un battaglione agli ordini di un ufficiale boemo. Nessuno fra gli ufficiali era infatti sudtirolese". Il Bozen era stato poi concentrato a Roma per operazioni di polizia. "Noi eravamo poliziotti", ricordava Arthur Atz, "Roma era stata dichiarata città aperta. Con l'aiuto del Vaticano le parti in guerra si erano impegnate a preservarla dai combattimenti. Anche se Roma era occupata dalle autorità del Reich, queste non potevano avere soldati combattenti. Allora toccò a noi, poliziotti sudtirolesi, andare a Roma e fare la guardia agli obiettivi che i superiori volevano sorvegliare. Nel gennaio 1944 ci hanno mandato a Colle Isarco e poi a febbraio ci hanno trasferito a Roma". Quel pomeriggio del 23 marzo 1944 era il venticinquesimo anniversario della fondazione dei fasci, ricorrenza che a Roma veniva festeggiata. Lungo la stretta via Rasella c'era un carretto per la raccolta della spazzatura carico di esplosivo, collegato ad una miccia. Lo aveva portato sul posto Rosario Bentivegna, membro dei Gruppi di Azione Patriottica (Gap). Ne usciva un filo di fumo ma i soldati non fecero tempo ad accorgersene: un'esplosione violentissima devastò la strada. Morirono 32 sudtirolesi ed un altro morì nella notte all'ospedale. "Le autorità diedero disposizioni perché le fucilazioni di rappresaglia venissero eseguite dal "Bozen" per vendicare i camerati uccisi", raccontò Arthur Atz. "Ma noi ci siamo rifiutati. Noi non siamo capaci di uccidere, abbiamo detto. Noi non possiamo uccidere. Anche se i partigiani avevano ammazzato i nostri compagni, e dentro di noi c'era tanta rabbia, non ci sentivamo di uccidere altre persone. Il nostro maggiore Herbert Kappler portò avanti quindi la rappresaglia per conto suo".
