Coś il Sudtirolo anḍ in guerra

Coś il Sudtirolo anḍ in guerra

Il 6 novembre 1943 fu il giorno che cambiò la vita a molti sudtirolesi, dai 18 ai 50 anni. Da Innsbruck, il gauleiter Franz Hofer aveva deciso: si doveva svolgere il servizio di guerra scegliendo tra la Todt (il lavoro coatto), il Sod (Servizio di sicurezza e ordine), i reggimenti di polizia, le unità della nuova Repubblica Sociale Italiana e, per il Trentino, il Corpo di Sicurezza (Cst). Con l'armistizio dell'8 settembre di quell'anno i tedeschi avevano occupato l'intera regione e costituito la Zona di operazione delle Prealpi, l'Alpenvorland.. Trento, Bolzano e Belluno rispondevano direttamente al nazista Franz Hofer. L'Italia non era più un alleato ma il nemico. E' in questo quadro che alcune migliaia di sudtirolesi andarono a costituire i reggimenti di polizia. Per i renitenti, parecchi, pagavano i famigliari con l'arresto e infinite angherie. Di tutto ciò si occupa un saggio da poco in libreria: "Dall'Alpenvorland a via Rasella. Storia dei reggimenti di polizia sudtirolesi (1943-1945)". Lorenzo Baratter, giovane storico roveretano, è l'autore dello studio che mette in luce la complessità della situazione sudtirolese e la necessità che visioni in bianco e nero vengano confutate da studi attenti e documentati. In definitiva, tra la popolazione c'era chi stava con Hitler ma anche chi non lo era per niente. "Bozen", "Silandro", "Brixen" e "Alpenvorland", tutti comandati da ufficiali tedeschi, erano i nomi di questi reggimenti che non furono impiegati solo in azione di ordine pubblico ma anche contro i partigiani, specialmente nel bellunese e in Istria. Perlopiù contadini strappati alla loro terra, molti dei quali, nel 1939, avevano optato per la Germania, trattati dai tedeschi al pari di animali, sbeffeggiati per il loro procedere curvo e il passo da montanari. Non erano SS, anche se così vanno chiamati. Non va comunque nascosto, e questo è sottolineato da Baratter, che anche tra di loro vi fu chi si macchiò di efferatezze e crimini non giustificabili. L'undicesima compagnia del "Bozen" era a Roma, il 23 marzo 1944, in via Rasella. La bomba preparata dai partigiani fece 33 morti e 55 feriti tra gli altoatesini e portò alla strage delle Fosse Ardeatine ordinata dal colonnello delle SS Kappler: 335 civili inermi massacrati. I superstiti del "Bozen" si rifiutarono di partecipare all'eccidio perché credenti, per motivi di fede mentre i loro compagni rimangono sepolti ancor oggi a Roma e non sono mai stati riportati nei cimiteri dei paesi di nascita. Nonostante questo, nelle testimonianze raccolte alla fine degli anni Settanta dal giornalista dell'Alto Adige. Umberto Gandini, alcuni di loro non condannarono Kappler per quella strage, rilasciando dichiarazioni agghiaccianti. Lo scorrere del racconto di Baratter mette continuamente in primo piano questi atteggiamenti diversificati, l'impossibilità di ricondurre a tesi precostituite e facili un pezzo importante della storia regionale, ma anche nazionale. L'altro caso emblematico è quello del reggimento "Brixen", in gran maggioranza composto da optanti per l'Italia. In massa si rifiutò  di giurare fedeltà ad Hitler e per questo venne mandato in prima linea, sul fronte orientale, ad affrontare i sovietici: un massacro. il "Brixen" era equipaggiato con armi tedesche mentre l'addestramento si era svolto con quelle italiane requisite al regio esercito dopo l'8 settembre. Baratter, nell'introduzione, tratteggia lo spunto che lo ha spinto ad approfondire questi temi: "Trovai la mia prima risposta al santuario di Pietralba, camminando nelle sale ricolme di ex-voto", scrive. "Fu un quadretto a colpirmi, nel quale stava racchiuso un foglio, sul quale una mano paziente aveva trascritto i nominativi e le date di nascita di 32 caduti sudtirolesi a via Rasella. I superstiti avevano voluto fissare nel tempo la grazia ricevuta per non dimenticare i compagni rimasti senza più vita".

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