Gli altoatesini e la storia dei vinti

Gli altoatesini e la storia dei vinti.
Il saggio che Lorenzo Baratter dedica a "Le Dolomiti del Terzo Reich" fa giustizia alle popolazioni del Sudtirolo  

  

La questione del Trentino Alto Adige è stata trattata, specie negli ultimi quarant’anni, poco e male. Dopo il periodo del terrorismo degli anni sessanta, in cui gli irredentisti tirolesi se la prendevano con i nostri alpini e carabinieri e con i piloni dell’alta tensione, si è lasciato che la questione altoatesina rimanesse circoscritta al turismo degli italiani che volevano provare l’ebbrezza dell’alta montagna nelle pensioni tutto compreso, dove trattamento freddo ma di buona qualità ed a prezzo da costiera adriatica faceva apparire la marmellata ai frutti di bosco più buona di quella di fichi fatta a Cosenza dalla nonna. Da qualche mese Lorenzo Baratter, un giovane studioso di Rovereto, già autore, tra gli altri, di un buon saggio sulla storia dei  militari altoatesini vittime dell’attentato di via Rasella, ha provveduto a gettare una buona dose di palate di terra per colmare la lacuna che pudore e convenienza politica hanno determinato su questa parte di storia europea. La notevole area comprese nelle province di Trento e Bolzano fu annessa all’Italia dopo la fine della Prima guerra mondiale, nonostante fosse abitate da una popolazione a larga maggioranza di cultura e lingua germanica. Ettore Tolomei, un nazionalista trentino, ribattezzò il Sudtirolo,  Alto Adige ricorrendo ad una serie di argomenti storici, linguistici ed etnici che avevano sicuramente poche basi scientifiche; più poeticamente un irredento di altro spessore, il trentino Cesare Battisti, per acquisire le terre dove aveva i natali all’Italia, ci lasciò le penne appeso ad una forca approntata frettolosamente dagli austro-ungarici nel Castello del Buon Consiglio nella città natale. Alla fine degli anni trenta Mussolini ed Hitler, di fronte al fallimento del regime fascista che non era riuscito a varare una politica per l’integrazione pacifica e condivisa delle popolazioni di lingua tedesca nello stato italiano, presero accordi per una migrazione nei confini del Reich di quella gran parte degli altoatesini che non voleva accettare la sottomissione ad uno stato che gli era ostile ed estraneo.          Dopo i fatti armistiziali dell’otto settembre del 1943, i tedeschi crearono sul territorio dell’Italia rapidamente disarmata ed occupata, tre zone di occupazione: la prima che venne posta sotto la responsabilità del feldmaresciallo Kesselring comprendeva l’Italia centro meridionale ancora non occupata dagli alleati; la seconda (Adriatisches Küstenland) riuniva le province di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume, Lubiana e Quarnaro, Susak, Buccari, Cabar, Castua e Veglia; la terza zona, denominata Alpenvorland, comprendeva le province di Bolzano, Trento e Belluno. Alto commissario di quest’ultima, in pratica con poteri assoluti, fu nominato Franz Hofer, Gauleiter del Tirolo-Vorarlberg.

            Nell’ambito del lavoro di Baratter (Le Dolomiti del Terzo Reich, Ugo Mursia Editore, Milano, 2005, pp. 361, € 24), la parte che riguarda il periodo della Seconda guerra mondiale sembra essere la più interessante in un saggio fatto molto bene e che si legge rapidamente, nonostante la lunghezza, per la dovizia di informazioni fornite con un linguaggio scorrevole e diretto; un fatto non nuovo ma volutamente seppellito dalla storiografia ufficiale e generalmente accettata è poi trattato in maniera ineccepibile sul piano storiografico da Baratter; si tratta della puntuale descrizione del reparto che i gappisti comunisti romani attaccarono con un ordigno a tempo, dopo essersela data a gambe, a via Rasella, a Roma, a marzo del 1944; l’autore trentino dimostra con il ricorso a ricco materiale documentario e con molte testimonianze, che quelle che il partigiano Rosario Bentivegna massacrò, insieme a dei civili italiani, tra cui un bambino, non erano agguerrite SS tedesche, ma dei poveri cristi altoatesini, coscritti dai tedeschi dopo l’annessione delle loro terre; quasi tutti appartenevano a classi anziane, erano rigorosamente cattolici e molto spesso padri di famiglie numerose di contadini abituati al governo della vacche sugli alpeggi e poco a quello delle armi da territoriali di cui erano stati armati. Vennero inviati a Roma recalcitranti con una costante nostalgia per le terre e le montagne di casa loro. Molti non tornarono e i superstiti, quando gli venne ordinato di procedere alla rappresaglia per vendicare i propri morti, si rifiutarono di ubbidire e lasciarono ad altri con diversi principi morali la consumazione della strage alle Fosse Ardeatine.

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