Le dolomiti del terzo reich. Il testo di Baratter sull'Alpenvorland

Libro di testimonianza

Ricordava un grande storico francese che la storia letta dai contemporanei ha la dimensione ed i limiti delle loro collere, dei loro sogni, delle loro illusioni; ha il ritmo della loro vita, breve e convulsa. E quindi il libro “Le Dolomiti del Terzo Reich”, che ricorda la breve ma intensa vita dell’Alpenvorland, la zona alpina di occupazione tedesca dopo l’8 settembre del 1943, forse non è opera di storia; ma piuttosto di testimonianza; infatti le fonti non sono soltanto ricerche di archivio, ma anche numerose interviste a protagonisti degli avvenimenti.

Anche se questo fosse vero, sarebbe una testimonianza doverosa, e la sua lettura è comunque esperienza preziosa. Lavori come questo sono necessari, per ricucire il ricordo di una stagione di lutti e difficoltà per i cittadini italiani, e con loro di quelli della regione alpina; e così cercare non un valore che li unisca, ma almeno la consapevolezza di un momento di comune destino, delle ragioni di una collera o di un sogno, che furono o che avevano dignità tale da essere comuni; e che oggi possono ancora distoglierli almeno per un momento dallo spirito di fazione, dalla logica degli interessi particolari, dalla indifferenza alle responsabilità di cittadini.

Tentativo lodevole soprattutto in Italia, Paese dove si è sempre pronti a dimenticare ogni esperienza storica, fatti nobili ed ignobili, prove di eroismo e di viltà, ma non si è invece disposti a seppellire i rancori, le maldicenze, gli slogan, la faziosità. Questa è una ragione di più per rendere merito all’opera del giovane autore del libro, Lorenzo Baratter, che coniuga un risultato di assoluta serietà e di indiscutibile pregio, con la presenza di un costante impegno di testimonianza morale.

Un debito col nonno materno

Oggi che l’Unione europea è impegnata a riunire sotto un’unica bandiera popoli e nazioni con caratteristiche e culture diverse, è determinante conoscere la storia sotto un’ottica rigorosa e possibilmente imparziale. Con questa frase, collocata nella parte finale della premessa, l’autore cerca di dare una ragione oggettiva al suo lavoro. Ma solo dopo aver ricordato anche il suo significato più intimo e personale: l’adempimento di un impegno contratto con il nonno materno quando era bambino, e dalle sue parole imparava ad amare la vita, le cose buone e semplici e la Storia.

Quel nonno potrebbe essere fiero della passione suscitata e del suo risultato; perché un’opera come questa non è facile da scrivere in Italia, dove la Storia contemporanea troppo spesso è costretta alla funzione di luogo di elaborazione del lutto (questa osservazione è raccolta dalla voce di un giovane storico trevigiano, il prof. Casellato), e cioè di ricostruzione delle ragioni per cui nel secolo scorso siamo stati derubati della idea di Patria, ad opera della violenza fatta ai suoi valori ed ai suoi significati da ideologie di facciata, che costituirono solo la giustificazione per la occupazione del potere e la conservazione delle inadeguatezze e della irresponsabilità delle classi dirigenti nazionali.

Il libro non si legge d’un fiato: il corso della narrazione rallenta talvolta per la cura nel riportare le fonti di informazione, e per la minuziosa descrizione dei fatti e delle loro cause, che alterna alla descrizioni dei grandi eventi la illustrazione dell’esempio di piccole tragiche storie personali. Ma riesce sempre ad appassionare, con una ricostruzione vivace e interessante della storia dei primi cinquant’anni del secolo XX nelle due province del Sudtirolo e del Trentino, delle peripezie e delle sofferenze imposte ai suoi abitanti dal loro forzato ingresso nella modernità: la storia di una popolazione che due regimi totalitari avevano fatto bersaglio di umiliazioni, violenza e repressione e che aveva affrontato vent’anni di vessazioni in competa solitudine.

Una buona fonte sulla storia locale

Anche chi ha una buona conoscenza della Storia locale può trovarvi delle novità; ma per un immigrato in Trentino, come chi scrive queste poche righe di commento, che per giunta esercita un mestiere estraneo a quello dell’insegnamento o della ricerca nel campo storico, costituisce una vera miniera di notizie; con il pregio ulteriore della loro ricostruzione sistematica e del riferimento alle fonti dell’autore.

Molti fatti erano noti, e ormai vengono negati solo da chi preferisce ancora anteporre la ideologia alla realtà; gli esempi possono essere molti. La vicenda dei soldati trentini portati alla fine del 1918 in una sorta di campo di rieducazione ad Isernia, in Molise, ove molti tanti la vita. L’origine fittizia ed artificiale del termine “Alto Adige”, imposto da Tolomei senza alcuna giustificazione storica, ed ancora oggi anteposto a Sudtirolo. Il preventivo rifiuto di Cesare Battisti di annettere il Sudtirolo, per ragioni di carattere ideale e pratico, che va a merito delle capacità di preveggenza di un martire della pace, oltre che di un eroe di guerra.

La implacabile logica delle opzioni, e la destinazione a morte, nel reich delle drastiche “soluzioni finali”, dei malati di mente optanti per destinazione familiare; di cui molti ricoverati presso l’ospedale di Pergine. La resistenza cattolica ed in genere dei Dableiber prima alle pressioni degli optanti, poi alla dominazione tedesca ed all’arruolamento. Il feroce ma efficace sistema delle pene a carico delle famiglie dei renitenti (la Sippenhaft) e del loro patrimonio, giustificato da Himmler con richiamo alle tradizioni tribali. I benefici della occupazione tedesca per molti residenti del Trentino, per la resistenza del commissario supremo Hofer al trasferimento coattivo di lavoratori in Germania. Le ragioni che indussero De Gasperi al rifiuto del plebiscito nelle regioni di confine (gli esuli istriani ancora oggi lo ricordano, e non lo perdonano) e quelle ben più decisive che convinsero le Potenze alleate.

Ci sono anche episodi meno noti

Ma si scoprono anche episodi non altrettanto noti. Le resistenze al funzionamento del corpo dei vigili del fuoco in Trentino da parte della prefettura del periodo fascista, perché si trattava di un corpo volontario troppo efficiente e facile da mobilitare. Il rifiuto di giuramento al Fuhrer dell’intero reggimento Brixen, (gli eroi dimenticati) che costò tante vite ma salvò la dignità degli arruolati. In contrasto, il ruolo del corpo di sicurezza trentino (CST) nella repressione dell’esperienza partigiana, anche ai fuori dei confini della regione. Ed infine il tentativo di Hofer di accreditarsi come possibile interlocutore presso gli alleati per la costituzione di una sorta di stato indipendente tirolese (l’Alpenfestung), in funzione antisovietica, caduto per la resa incondizionata dei vertici militari tedeschi in Italia.

Tutto questo, e molto di più, si può trovare nel libro, ricostruito con analisi metodica e narrato in forma organica; ricostruzione delle vicende e delle ragioni di un periodo breve ma precipitoso e nervoso. Il racconto parte da lontano, e fa emergere con rigore la complessità di una situazione in cui troppi elementi di giudizio sono stati fino ad oggi taciuti. Ma nonostante, e forse proprio per effetto di tale rigore, riesce talvolta, se non nell’intento, certo nel risultato di provocare la commozione del lettore.

La sintesi dell’opera è tutta nella premessa redatta dall’autore; ma solo la lettura del testo, rigo per rigo, può restituirgli il suo merito maggiore; che non è di commuovere, ma di testimoniare e coinvolgere il lettore nell’infinito amore dell’autore per la sua terra e per i la sua piccola Patria, la Heimat, il luogo della sicurezza personale, della identità colturale, ed anche della partecipazione politica; che i trentini e soprattutto o sudtirolesi difesero con dignità e caparbietà, opponendo una resistenza silenziosa e pacifica al fascismo.

Argomento di attualità è l’accenno alle ragioni storiche della autonomia regionale o provinciale; oggi essa troppo spesso si identifica con la ricchezza dei mezzi finanziari messa a disposizione. Nel libro si mette in chiaro quello che invece essa era una volta e dovrebbe essere ancora, la autonomia delle regioni, la indipendenza delle amministrazioni comunali, il codice civile e il libro fondiario, la legislazione sociale e quella scolastica anche per quanto prevedeva in tema di scuole per le minoranze.

E, insieme a questo, le forme locali di partecipazione capillare alla vita pubblica, soprattutto attraverso associazioni di volontariato, alcune delle quali non hanno paragoni in Italia (si pensi solo ai vigili del fuoco).

In un solo punto, forse, l’autore non è generoso, o meglio non pare disposto a perdonare; quando racconta l’agguato di via Rasella, di cui fu vittima la undicesima compagnia del terzo battaglione del reggimento Bozen, presente a Roma come semplice unità di polizia territoriale. Il racconto è preciso, la narrazione fedele, i commenti misurati e sempre corretti; ma il racconto si fa ingeneroso quando si paragona quell’attentato, contro un obiettivo scelto a caso e solo in ragione della facilità della operazione, alla ben diversa efficacia della uccisione a Praga di Heydrich, uno dei massimi responsabili della direzione delle SS ed in particolare della realizzazione dell’olocausto. Gli attentatori cechi erano stati addestrati in Inghilterra, ed i sette componenti di quel commando erano la punta di lancia di una operazione costosa ed a lungo preparata, che per questo riuscì a colpire un centro nevralgico ed il cuore feroce della occupazione tedesca. In Italia un attentato alla vita di Wolff, comandante delle SS in Italia, non era realmente eseguibile, o almeno nessuno pensò mai che lo fosse; alla disperazione dei gruppi di azione patriottica rimaneva l’alternativa tra la inazione e la strage sanguinosa di via Rasella; che però non fu inutile, perché proprio il libro dimostra come invece fu ragione di preoccupazione e di impegno per i comandi tedeschi, fino ad allora convinti della immunità da attentati in occasione negli spostamenti di truppe. Una strage che aggiunse alla lista dei milioni di morti di quegli anni altri trentadue nomi; ma era giustificata dagli odi generati da quella guerra orribile; e del resto, secondo i giudici che ne trattarono in diverse sentenze degli anni successivi, costituì pur sempre oggettivamente un atto di guerra riferibile al governo del Re, o comunque era rivolto a combattere il nemico e come tale fu poi da considerarsi compreso nella amnistia del 1944.

Nella logica perversa della storia di quegli anni, i soldati del Bozen, che rientravano dalla esercitazione cantando in coro canzoni in lingua tedesca, erano tedeschi e dovevano pagare per tutti, anche per quei reparti reclutati nell’alpenvorland che erano stati coinvolti in operazioni di odiosa repressione nei confronti di altre popolazioni civili. E probabilmente sotto tale punto di vista non ha alcun rilevo il fatto che trattando la vicenda in questo modo, in sede giudiziaria o storica, si nega la possibilità di far emergere le storie degli uomini che stavano dentro quelle divise.

Attenzione a piccole storie di eroismo

A fare emergere queste storie furono gli stessi soldati superstiti del Bozen, che terrorizzati dalla morte dei loro compagni e sorretti da un forte sentimento cattolico rifiutarono di partecipare alla rappresaglia delle fosse Ardeatine: se in via Rasella avevano pagato per delitti che non avevano commesso, ora dimostravano di non avere alcuna intenzione di volerne compiere. Il torto, semmai, è di chi ha dimenticato di parlare di questi modesti ma autentici eroi del dissenso, ed ha preferito inseguire ed aggrovigliare contenziosi e scontri ideologici destinati solo a perpetuare rancori di fazione.

Anche con il semplice ricordo di pagine di umile eroismo come questa, ed in tante altre occasioni di attenzione a piccole storie di eroi o vittime dimenticate, forse secondarie nella lettura del succedersi degli avvenimenti ma illuminanti della partecipazione dell’autore e del significato della sua opera, sta il valore dell’opera di ricostruzione storica (o se si preferisce di testimonianza) del bel libro di Baratter.


 Carlo Ancona

stampa la pagina invia la pagina ad un amico