1943, Belluno diventa Terzo Reich

Un libro ricorda l'Alpenvorland. La ferocia nazista contro i partigiani. 

Nell'agosto del 1943 le strade del bellunese divennero improvvisamente trafficate. A più riprese in molti videro cortei di auto tedesche, con a bordo ufficiali della Wehrmacht, varcare i passi dolomitici. Si diceva ispezionassero gli alloggiamenti destinati ad ospitare le truppe di passaggio dirette al fronte meridionale. Non era vero: quei militari stavano verificando il grado effettivo di resistenza che avrebbero potuto opporre le truppe italiane all'indomani di un'invasione della provincia di Belluno da parte del Terzo Reich.

Ma facciamo un passo indietro. All'inizio del 1943 le sorti della guerra sembrano decidersi. I tedeschi sono fermati in Russia e gli anglo-americani avanzano nei deserti africani. Le città italiane continuano ad essere martellate da pesantissimi bombardamenti. Nel marzo gli operai di Milano e Torino proclamano lo sciopero generale. Il 10 luglio gli alleati sbarcano in Sicilia.

Il 25 Mussolini viene deposto dal Gran Consiglio del fascismo ed il giorno dopo arrestato. Al suo posto il re nomina a capo del governo il maresciallo Pietro Badoglio che tenta segretamente di allacciar econtatti con il nemico alla ricerca di un difficile armistizio. Hitler, nonostante le ripetute assicurazioni da parte italiana, fiuta il tradimento e prende le prime contromosse pianificando la difesa dei valichi alpini. A fine luglio il Trentino - Alto Adige diventa così zona di insediamento da parte dell'esercit ogermanico e comincia quel viavai di macchine a Cortina, Agordo, Longarone e Belluno.

Alle ore 20 dell'8 settembre Badoglio annuncia via radio agli italiani la capitolazione. La notte stessa il generale Rommel, con la parola d'ordine "Achse" da il via all'invasione delle provincia di Bolzano, Trento e Belluno che da allora costituiranno l'Alpenvorland (Zona di operazioni delle Prealpi), la nuova provincia italiana del Terzo Reich, a capo della quale Adolf Hitler in persona nomina "Gauleiter" (Commissario supremo) l'austriaco Franz Hofer. Di questa terribile e dimenticata pagina di storia si occupa meritoriamente Lorenzo Baratter nel recente volume pubblicato da Mursia "Le Dolomiti del Terzo Reich" (361 pp., 24 Euro). Il plotone di Alpenjäger incaricato di prendere possesso di Belluno non trova alcuna resistenza: i soldati del settimo reggimento alpini e del quattordicesimo del genio sono fuggiti da giorni così come i reparti di stanza a Feltre, Tai di Cadore e Agordo. Il 15 giunge in città un secondo plotone tedesco da Salisburgo. Il comando viene posto nella caserma del settimo alpini mentre una stazione radio è installata a villa Gerenziana.

Il 26 arriva anche la Gestapo e sui muri della città compaiono minacciosi manifesti: si ordina, pena la fucilazione, la consegna delle armi, il coprifuoco ed il divieto di riunione e manifestazione. Belluno, in realtà, resterà sempre una spina nel fianco per il "Gauleiter" Hofer: solo nella provincia veneta, infatti, si riscontra una resistenza organizzata e diffusa. A Trento vi fu una limitata partecipazione al fenomeno resistenziale. A Bolzano i sudtirolesi accolsero addirittura con entusiasmo i soldati tedeschi, dopo le angherie subite durante il fascismo. I bellunesi accostarono invece l'invasione nazista a quella austro ungarica avvenuta durante la Grande Guerra, i cui ricordi erano ben saldi nella memoria locale.

Un grosso contributo alla resistenza bellunese lo diedero poi molti ufficiali alpini di ispirazione cattolica che riunirono in montagna gli sbandati dell'8 settembre. La risposta nazista alle azioni partigiane fu feroce: decine di paesi tra i quali Aune, Valle di Seren, Caviola, Pieve d'Alpago vennero dati alle fiamme. Quasi quotidiane le esecuzioni capitali. Per ritorsione di un attentato subito da un reparto di polizia tedesca il 10 marzo del 1945 furono impiccati presso il "Bosco delle castagne" 10 detenuti politici tra cui Mario Pasi, uno dei promotori del CLN trentino. Anche la Chiesa si schierò su posizioni territorialmente diversificate: il vescovo di Bressanone aderì pienamente al regime mentre quello di Trento e Bolzano manifestò un moderato attendismo. Monsignor Girolamo Bortignon, vescovo di Belluno, un cappuccino originario del Bassanese, si oppose apertamente agli invasori.

L'alto prelato, oltre a salvare numerosi ebrei dalle deportazioni, si batté con particolare impegno affinché i sacerdoti potessero assistere spiritualmente i condannati a morte. Lo fece lui stesso. Il pomeriggio del 17 marzo 1945 quattro partigiani stavano per essere impiccati in piazza del Campitello (oggi del Martiri, in ricordo dell'episodio). Proprio mentre l'ultima sedia veniva calciata via dal comandante del plotone, la folla vide un uomo avanzare verso il patibolo. Era monsignor Bortignon che sperava di giungere in tempo per confortare almeno uno dei quattro. Non vi riuscì. Potè solamente baciare sulla fronte le povere salme sussurrando "è il bacio delle vostre famiglie". Un gesto per il quale, dopo la liberazione, il consiglio comunale gli conferì all'unanimità la cittadinanza onoraria.

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