Le Dolomiti del Terzo Reich. Dalla "politica del rimpatrio" ai duemila eroi del "Brixen".
- Fonte: Corriere del Trentino e Corriere dell'Alto Adige
- Data: 15/11/2005
- Autore: Alessandro de Bertolini
"Credo che conoscere la storia attraverso i libri possa servire per costruire degli argini contro la guerra e contro le tentazioni belliche, specialmente se nei testi è presente una forte carica umana, ovvero sono riportati i casi delle singole persone".
Lorenzo Baratter, già autore nel 2003 di un volume sulla storia dei reggimenti di polizia sudtirolesi negli ultimi anni della Seconda guerra mondiale e nel 2004 di un lavoro sulle cronache del santuario di Pietralba dai resoconti dell'epoca fra il '40 e il '46, ha da poco pubblicato per Mursia "Le Dolomiti del Terzo Reich". Il libro è in vendita a partire da oggi e verrà presentato al pubblico a Bolzano e a Trento rispettivamente il 5 e il 15 dicembre. Oltre 500 note argomentano per filo e per segno una ricerca storiografica rigorosa, dirompente e spassionata (376 pagine, 16 capitoli, prefazione di Hans Heiss).
Con scientificità Baratter racconta le vicende delle provincie di Trento e Bolzano disegnando ampiamente i contorni spazio-temporali dei temi affrontati. La ricerca predilige il periodo degli ultimi scossoni della Seconda guerra mondiale sulla pelle dei trentini e degli altoatesini. Eppure fin dalle prime pagine si legge chiaro come l'autore reputi indispensabile una introduzione storica sui contesti e sulle circostanze anteriori. L'arco temporale descritto abbraccia così il mezzo secolo europeo dagli inizi del Novecento alla sigla dell'intesa Degasperi-Gruber nel 1946. "Penso che con gli accordi del '46 - spiega Baratter - si sia giunti alla fine di un'esperienza che traeva origine nell'epoca asburgica". Il libro fa il punto nell'ambito di questa esperienza sul biennio '43-'45, sulla questione delle "opzioni" nei territori sudtirolesi e sulla istituzione, per ordine di Hitler, della Zona di operazione delle Prealpi nelle aree del nord della penisola. La storia delle provincie di Trento e Bolzano nel primo cinquantennio del '900 è considerata dall'autore una "realtà controversa e per molti aspetti sconosciuta la cui complessità - si legge nell'introduzione - può essere riassunta nelle vicende di centinaia di migliaia di persone nate nell'impero austro ungarico, cresciute nell'Italia fascista e quindi costrette a combattere e morire, contro la propria volontà, per il Terzo Reich".
Dopo che per Hitler il segno dei combattimenti al fronte cambiò irreparabilmente, dapprima in seguito agli sviluppi invernali negativi dell'operazione Barbarossa contro i sovietici e poi agli esiti rovinosi di molte sue decisioni motivate in maniera esclusiva dal fanatismo della razza pura, la condizione dei trentini e dei tirolesi in guerra si sarebbe prestata nei mesi a venire a logiche di baratto e andirivieni politici, bracci di ferro e decisioni strategiche giocate a tavolino sulla testa delle persone. Come la Francia di Vichy, di Philippe Pétain e Pierre Laval, l'Italia dei repubblichini impersonò di fatto una sorta di governo fantoccio nelle mani del Reich. Situazioni ben diverse da un punto di vista temporale e sostanziale - a Vichy i francesi ottennero l'autonomia dalla Germania fin dalle prime stagioni della guerra in seguito al trionfo militare della Wehrmacht sull'esercito di Francia, mentre a Salò l'omonima repubblica fu istituita solo dopo l'armistizio e affidata al primo fra gli alleati del Führer - l'una e l'altra obbedivano agli umori di Berlino finendo col somigliare a enclavi formalmente autonome entro i confini di Paesi, l'Italia e la Francia, occupati dal nazionalsocialismo.
Non fu per caso che a piantonare la residenza di Mussolini durante le giornate di Salò vi fossero soldati tedeschi in divisa da SS. I tentativi ripetuti dagli irriducibili e dal Duce di ottenere, da parte della Germania, un pieno riconoscimento del neonato Stato non ebbero effetti significativi e la Repubblica di Salò, ultimo baluardo per la vecchia classe dirigente fascista, non perse quei caratteri per cui Hitler la volle costituita: una compagine fascista lisciata di abiti istituzionali che valesse al Reich da cuscinetto per frenare il temuto crollo del fronte italiano. La predisposizione della Zona di operazione delle Prealpi - Alpenvorland - non ebbe che l'effetto, sotto questo profilo, di dimostrare fino a che punto la sovranità del governo di Mussolini a Salò fosse precaria e orientata finalmente ai disegni di Hitler. Con la disposizione dell'Alpenvorland i quadri nazisti sottraevano porzioni di territorio alla Repubblica Sociale per annetterle praticamente al Reich. Si trattò di una manovra strategica condotta soprattutto per ragioni militari. Se da un lato si volevano controllare in maniera diretta i territori alpini che separavano geograficamente l'Italia dalla Germania, dall'altro si intendeva non perdere di vista la situazione delle aree più orientali ove i partigiani titini irrobustivano le file del movimento comunista jugoslavo. Alla Zona di Operazione delle Prealpi, che comprendeva le provincie di Trento, Bolzano e Belluno, fu affiancata infatti la Zona di operazione Costiera adriatica, comprensiva di Trieste, Gorizia e dell'Istria. Il periodo storico dell'Alpenvorland è presentato da Baratter secondo una serie di contributi volti a tracciare un profilo delle circostanze in Trentino e in Alto Adige. "Ho cercato di esprimere i fatti - dice - non il mio giudizio. Di ogni aspetto mostro luci ed ombre, senza reticenze. Non ci sono ipotesi nel mio libro".
Un capitolo è dedicato all'atteggiamento della Chiesa nei confronti dell'occupante. Emergono così posizioni molto diverse fra i tre vescovi di Trento, Bolzano e Belluno. Un'altro documenta la storia di "2.000 eroi dimenticati", ossia dell'intero reggimento di polizia "Brixen" che rifiutò di giurare ad Hitler. Il corpo d'armata fu spedito per punizione incontro a morte certa nei territori della Slesia, ultima roccaforte nel 1945 della Wehrmacht sul fronte russo. Una parte della ricerca si concentra poi sulle trattative che portarono agli accordi Degasperi-Gruber e un'altra documenta di come Franz Hofer, gerarca tedesco preposto da Hitler all'amministrazione dell'Alpenvorland, abbia gestito la situazione sui singoli territori. Oltre a vari altri spunti, vi è nel testo una sezione, in particolare, che si cura della questione delle "Opzioni". Inquadrate da un punto di vista strategico nella cosiddetta "politica del rimpatrio" hitleriana, per mezzo della quale il cancelliere tedesco avrebbe inteso rimpatriare entro i confini del Reich tutte le minoranze tedesche presenti nelle diverse aree dell'Europa centrale, le opzioni costrinsero gli altoatesini di lingua tedesca a scegliere o meno per il trasferimento in Germania. Baratter documenta nel dettaglio tutti i risvolti di questa politica. Sembrano infine trovare una conclusione, fra gli argomenti del volume, le reiterate polemiche sullo scoppio della bomba a via Rasella. In un capitolo apposito sono presentati inediti e importanti contributi.