Il Terzo Reich all'ombra delle Dolomiti

Il Terzo Reich all’ombra delle Dolomiti

Dall’annessione all’Alpenvorland, lo sguardo di uno storico senza pregiudizi

Dal 15 di novembre sarà in tutte le librerie, edito da Mursia, «Le Dolomiti del Terzo Reich», del ricercatore roveretano Lorenzo Baratter. Il libro ricostruisce gli avvenimenti che caratterizzano la storia del Trentino-Alto Adige fin dai primi anni del Novecento, quando la regione faceva parte ancora dell'impero austroungarico. Si passa quindi attraverso le tappe cruciali di una storia tormentata: l'annessione all'Italia, l'avvento del fascismo e del nazismo, il dramma delle Opzioni, gli anni dell'Alpenvorland. Come scrive lo storico altoatesino Hans Heiss, autore della presentazione del volume «le esposizioni equilibrate e realistiche della complicata storia del Trentino-Alto Adige si possono contare sulle dita di una mano; perciò è un motivo di grande soddisfazione se un giovane storico come Lorenzo Baratter, con un impegno scevro da pregiudizi, si è accinto ad affrontare un'ampia panoramica della regione di confine convinto che una nuova esposizione complessiva possa scaturire soltanto da uno spassionato rilevamento dei fatti fondamentali e della conoscenza dei differenti punti di vista.

Il libro «Le Dolomiti del Terzo Reich» - scrive ancora Heiss - tratta il periodo centrale degli anni 1943-45, il movimentato spartiacque fra l'ultima presa di potere del regime nazista e la fine della guerra nella Zona d'Operazioni delle Prealpi, l'area grigia tra Terzo Reich e Repubblica di Salò.

Il libro percorre l'agonia omicida dei due fascismi che alle popolazioni delle province di Bolzano, Trento e Belluno hanno imposto un sovraccarico di sofferenze».

"La storia delle provincie di Trento e Bolzano nella prima metà del Novecento è una realtà controversa e per molti aspetti sconosciuta, la cui complessità può essere riassunta nelle vicende di centinaia di migliaia di persone, nate nell’impero austro-ungarico, cresciute nell’Italia fascista e quindi costrette a combattere e morire, contro la propria volontà, per il Terzo Reich. Peraltro la storia del biennio 1943-45 delle provincie di Trento, Bolzano e Belluno, riunite al territorio della Germania nazista nell’Alpenvorland, che rappresenta l’argomento centrale di questo libro, non può essere compresa se non vi è un’approfondita premessa. Ecco perché il testo inizia fornendo un quadro storico e sociale di queste provincie di confine all’inizio del Novecento, quando erano già da secoli inserite nella vita dell’Austria-Ungheria. Nell’estate del 1914, con lo scoppio della Grande Guerra, i coscritti tirolesi furono inviati a morire sul fronte orientale della Galizia, e fu una carneficina. Dopo l’entrata dell’Italia nel conflitto, decine di migliaia di profughi trentini furono allontanati dalle loro case e trasferiti nei campi di «accoglienza», situati in località straniere che ancora oggi evocano sofferenza e dolore: Mitterndorf, Braunau, Katzenau. Il fronte passò in mezzo alle Dolomiti devastando gran parte dei paesi, lasciando profonde ferite che ancora oggi segnano il paesaggio e la memoria di queste genti.

 

Alla fine della Prima guerra mondiale le provincie di Trento e Bolzano, le «terre redente», vennero assegnate al regno d’Italia, sebbene la popolazione dell’Alto Adige fosse legata da secoli di appartenenza all’area mitteleuropea e asburgica, di profonda cultura e nazionalità tedesca. Il confine del Brennero, peraltro naturale sul piano geografico e d’importanza primaria sul piano strategico militare, fu imposto anche in seguito alle pressioni esercitate da alcuni nazionalisti intransigenti, come il trentino Ettore Tolomei, animati da sentimenti che si ispiravano a un vero e proprio desiderio di pulizia etnica nei confronti dei sudtirolesi. L’ingresso di una grande comunità di lingua tedesca in Italia significò per il governo di Roma l’occasione di dimostrare quanto la nuova Patria avrebbe potuto fare per le minoranze, considerato che l’Austria, per decenni, era stata definita come una «prigione dei popoli».

 

L’occasione, a mio parere, fu persa per l’impreparazione degli apparati governativi italiani ma soprattutto per la pressione di quegli estremisti, come il già citato Tolomei, che si impegnarono nell’organizzare una violenta e sistematica repressione: quella che il fascismo avrebbe riservato ai sudtirolesi di lingua tedesca per più di vent’anni. E poiché questa politica non produsse alcun risultato, se non quello di rendere ancora più ostile la provincia di Bolzano alle pretese del regime fascista, Hitler e Mussolini si decisero, a cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta, per una drastica soluzione che prevedeva l’espatrio di questa popolazione nel territorio del Reich. Fu proprio la Germania a sfruttare e incentivare l’esodo con illusorie promesse e con ingannevoli artifici, nascondendo il reale intento di trasferire gli uomini come carne da cannone sul fronte russo, le famiglie nelle zone più orientali del Reich, i disabili e malati psichici nelle «fabbriche della morte» dell’eutanasia di Stato. Mussolini, che sperava con questa mossa di allontanare gli elementi più ostili dall’Italia, si ritrovò di fronte a un esodo dalle dimensioni impensabili che rese di fatto ingestibile la provincia sotto il profilo economico e sociale, nonostante il fascismo avesse favorito l’immigrazione interna di cittadini italiani e la nascita di una grande zona industriale nel capoluogo altoatesino.

 

Dopo l’8 settembre 1943 le provincie di Trento, Bolzano e Belluno furono riunite nella Zona di Operazioni delle Prealpi (Alpenvorland): un territorio annesso al Terzo Reich e affidato a un nazista austriaco, il commissario supremo Franz Hofer, al quale Hitler in persona aveva conferito ampi ed esclusivi poteri sul territorio. Egli era già governatore del Tirolo-Vorarlberg, regione dell’Austria annessa alla Germania con l’Anschluß del marzo 1938: non fece quindi altro che applicare i suoi metodi a sud del Brennero, ricalcando la vecchia geografia asburgica. Per fare questo costruì un accurato sistema di potere, amministrativo e militare, che rende l’esperienza dei venti mesi di vita dell’Alpenvorland di fondamentale importanza per la comprensione del sistema di occupazione tedesca in Italia. Nelle intenzioni di Hofer vi era il desiderio di ricostruire il vecchio Tirolo riportando in vita ciò che la Grande Guerra e gli accordi di Saint Germain del 1919 avevano cancellato.

 

Il periodo dell’Alpenvorland verrà descritto tenendo conto, oltre che dell’organizzazione generale di questo territorio, anche di approfondimenti importanti: il sistema di repressione delle SS e la creazione di un Tribunale Speciale che stravolse l’ordinamento giudiziario preesistente; l’istituzione del servizio di guerra per il Terzo Reich, cui furono obbligati tutti i cittadini, in modo indipendente dalla loro lingua e nazionalità e in piena violazione del diritto internazionale; i rapporti tra queste provincie italiane del Reich e la confinante Repubblica Sociale Italiana, comprese le umiliazioni subite da Mussolini, che vide cancellare ogni traccia di italianità in quelle terre, Trento e Trieste, «redente» con il sacrificio di centinaia di migliaia di soldati nella Grande Guerra; il rifiuto al giuramento nazista di 2.000 «eroi dimenticati»; il dilemma della Chiesa cattolica e le posizioni contrastanti dei tre vescovi tra collaborazione, opposizione e attendismo; i bombardamenti aerei alleati sull’asse del Brennero e le tragiche conseguenze per le popolazioni; la deportazione degli ebrei sudtirolesi (che furono i primi a essere trasferiti nei campi di sterminio tedeschi), la costruzione del lager di Bolzano, che sostituì il campo di Fossoli in seguito alla ritirata delle truppe germaniche verso Nord, e infine il progetto di un ultimo baluardo nazista nel territorio delle Alpi.

 

Un capitolo è dedicato a una delle vicende più discusse, nel dopoguerra, in Italia: l’attentato di via Rasella a Roma del 23 marzo 1944, effettuato da un nucleo partigiano, in cui morirono 33 soldati sudtirolesi di un’unità militare costituita nell’Alpenvorland, il Polizeiregiment «Bozen». Sarà il lettore, dopo aver letto questa parte, a condividere o meno la mia opinione.

 

 

Ho trascorso gran parte della mia infanzia, negli anni Settanta, in compagnia del nonno materno, una persona meravigliosa che amava passare il suo tempo con me: di giorno lavorava come calzolaio nella sua piccola bottega di paese, ai piedi delle Dolomiti. La sera era per me il momento più bello della giornata: mi faceva sedere vicino a lui e cominciava a raccontare storie di uomini, eserciti, eroi, imperatori, tutto quello che aveva letto sui suoi amati libri, gelosamente custoditi. Lo ascoltavo incantato e quella voce calda apriva il mio piccolo mondo di bambino a storie fantastiche. Mi perdevo nei suoi racconti e piano piano imparavo a prendere i suoi libri e a condividere con lui quanto avevo letto. Ricordo le notti trascorse con un piccolo lume, sotto le coperte, a leggere e rileggere libri come Centomila gavette di ghiaccio di Giulio Bedeschi o Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern: più leggevo e più avevo voglia di leggere e di sapere.

 

Mio nonno era stato soldato in fanteria: fu catturato dai tedeschi l’8 settembre 1943 e internato in Germania. Quando ne parlava abbassava gli occhi e si commuoveva, ma subito dopo sorrideva e descriveva quell’esperienza senza tristezza, perché la fede, e il destino, lo avevano salvato e lo avevano aiutato a trovare la luce anche nei momenti più bui. Tra i tedeschi aveva trovato chi aveva un cuore e lo aveva sorretto nei momenti terribili. Da lui ho imparato a vivere con lealtà, onestà e fede; ho imparato ad amare la Storia, quella vera, quella che non dimentica mai che i suoi protagonisti sono gli Uomini, tutti gli Uomini, senza vincitori né vinti; mi ha insegnato che la Storia non appartiene a nessuno ma può servire a chiunque per conoscere le proprie radici, senza le quali non si può vivere con lucidità il presente.

 

Gli anni sono passati e un giorno, senza disturbare, mio nonno si è incamminato verso il Cielo. Quando sono tornato nella sua casa ho trovato un vuoto immenso. Nei luoghi dove era solito vivere aveva lasciato un libro e in ciascuno di essi era indicato il punto fin dove era riuscito a leggere. Sentivo che quei libri, quella lettura incompiuta, erano il suo ultimo messaggio per me ed in quel gesto ho riconosciuto l’invito a continuare. In seguito mi sono impegnato a studiare la storia della mia terra, il Trentino e il Sudtirolo, o Alto Adige; volevo capire perché tanti episodi erano stati privati di una memoria e lasciati svanire nel silenzio dei ricordi personali. Ho camminato lungo le strade ed i sentieri di questi luoghi, incontrato e ascoltato la voce di molti protagonisti di quegli anni, cercando di raccogliere ciò che non poteva essere né dimenticato né perduto.

 

Oggi che l’Unione Europea è impegnata a riunire sotto un’unica bandiera popoli e nazioni con caratteristiche e culture diverse, è determinante conoscere la Storia sotto un’ottica rigorosa e possibilmente imparziale. Ritengo dunque di avere un’occasione speciale, che è quella di poter presentare questo lavoro libero da quei condizionamenti che continuano a imporre e riproporre visioni di comodo, senza subire le pressioni ideologiche dei partiti che hanno dominato il dopoguerra e l’atteggiamento di molti esponenti del mondo della cultura, «convinti che appartenere a fasce d’élite comporti molti diritti e pochi doveri, compreso quello di contribuire con onestà intellettuale a far conoscere le realtà del passato".

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