L'Alto Adige tra Asburgo, fascismo e nazismo

Non c'è mai stato grande feeling tra altoatesini e italiani (ammesso, e non concesso, che si possa parlare a ragion veduta di popolo "italiano"). Troppo crucchi i primi e troppo terroni i secondi, secondo una vulgata che si è nutrita reciprocamente di stereotipi e luoghi comuni. Un "luogocomunismo" che ha radici antiche e che dall'inimicizia trascinatasi per quasi tutta la prima metà del Novecento si è poi diluita in una sorta di indifferenza reciproca. Temperata però da un'autonomia e da un modello di convivenza che a partire dagli accordi De Gasperi-Gruber ha dato buoni risultati e reso il modello amministrativo altoatesino un esempio da esportare nelle aree linguisticamente miste.
A trasformare l'indifferenza di cui sopra in un'appassionata ricerca sulla storia, le sofferenze, le ragioni, le colpe, in una parola le traversie vissute da quella regione nella prima metà dello scorso secolo ci pensa l'ottimo saggio di Lorenzo Baratter, giovane storico trentino, che in più di trecento pagine fitte fitte ripercorre gli avvenimenti della storia altoatesina (e trentina) dall'impero absburgico fino alla fine del secondo conflitto mondiale. Perché «la storia delle province di Trento e Bolzano nella prima metà del Novecento - scrive l'autore - è una realtà controversa e per molti aspetti sconosciuta, la cui complessità può essere riassunta nelle vicende di migliaia di persone, nate nell'impero austro-ungarico, cresciute nell'Italia fascista e quindi costrette a combattere e morire, contro la propria volontà, per il Terzo Reich».
Furono proprio le regioni di confine le principali vittime del secolo dei nazionalismi. Fin dalle pistolettate di Sarajevo. Nel Sudtirolo la prima guerra mondiale fu accolta come una guerra patriottica degli austriaci contro l'invasore italiano. Di tutt'altro tenore la percezione nel vicino Trentino, anch'esso sotto dominio asburgico: qui il conflitto infuse negli abitanti di lingua italiana, deportati in campi di "accoglienza" nel cuore dell'impero, il definitivo odio verso Vienna. Un destino infausto per entrambi i gruppi etnici, sul quale soffieranno prima il fascismo, con una politica di nazionalizzazione forzata e di cancellazione delle radici storiche e linguistiche sudtirolesi, poi il nazismo, accolto dalla popolazione tedesca come il vendicatore dei torti subiti dopo il trattato di Versailles.
Fu un'illusione durata lo spazio di qualche anno. Se nel 1933 molti sudtirolesi tifavano Hitler nella speranza di poter tornare sotto l'Austria, la delusione fu cocente quando in nome dell'alleanza con Mussolini il dittatore tedesco accantonò ogni rivendicazione altoatesina. Anzi, fece di più. Nel 1939 Berlino e Roma decisero di porre fine a qualsiasi futuro contenzioso con un massiccio spostamento di popolazioni: i sudtirolesi potevano decidere se optare per la cittadinanza tedesca e trasferirsi in Germania oppure conservare quella italiana e restare nella terra d'origine. L'86% scelse il Terzo Reich, ottenendo come attestato di germanicità l'immediato arruolamento nella Wermacht. Gran parte di loro finirono come carne da cannone sul fronte russo. Chi restò in Italia si rassegnò invece a una vita da cittadino di serie B.
La parte più consistente del volume pone sotto un'attenta lente indagatrice gli anni tra l'8 settembre 1943 e la fine della guerra, quando tutta l'area (le province di Trento, Bolzano e quella di Belluno) fu inglobata nel cosiddetto Operationszone Alpenvorland. L'amministrazione del territorio fu affidata a Franz Hofer, nazista austriaco della prima ora che fece dell'Alpenvorland un'estensione del Terzo Reich, con tribunali speciali per la punizione dei renitenti alla leva e arruolamento obbligatorio per tutti gli uomini fino ai cinquant'anni. Compresi quelli di nazionalità e passaporto italiano. A questo proposito sono illuminanti le belle pagine sulla storia del battaglione Bozen, decimato nell'attentato di via Rasella, di cui Baratter fornisce una ricostruzione che mette la parola fine a troppe "verità" di comodo. O quelle, che risulteranno altrettanto sconosciute a molti lettori, sul battaglione Brixen (Bressanone) che rifiutò il giuramento a Hitler e per punizione fu mandato al massacro sul fronte slesiano.
Un contributo inedito al quadro storiografico nazionale e uno squarcio sulle pagine meno note dell'occupazione tedesca, recita lo strillo in quarta di copertina di questo volume. Sottoscriviamo in pieno.

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