Quei tirolesi che dissero no
- Fonte: Avvenire
- Data: 17/03/2004
- Autore: Pierangelo Giovannetti
Per sessant’anni li hanno bollati come SS, uomini delle squadre naziste delle Schutzstaffeln. In realtà i trentatre soldati morti nell’attentato partigiano di via Rasella del 23 marzo 1944, a cui seguì per rappresaglia la strage delle Fosse Ardeatine che costò la vita a 335 persone, erano cittadini italiani, contadini altoatesini arruolati a forza nel Battaglione di polizia" Bozen" durante l’occupazione nazista delle province di Trento, Bolzano e Belluno (zona di operazioni Alpenvorland), avvenuta subito dopo l’8 settembre. Portavano nomi di chiara origine italiana, trentina o ladina: Disertori, Stedile, Palla, Pescosta. Provenivano da paesi del Trentino Alto Adige come Caldaro, Vipiteno, Prato allo Stelvio, Luson, Sarnes. Avevano prestato servizio militare per il Regno d’Italia giurando fedeltà ai Savoia, ed erano stati inviati a Roma «perché sapevano l’italiano». Di loro, per anni, si cercò di cancellare ogni traccia. Davano fastidio sia a destra che a sinistra. Per l’iconografia della Resistenza erano SS naziste al comando di Herbert Kappler. Per la destra, erano italiani "diversi", in quanto sudtirolesi. Così per decenni non vi fu nemmeno una lapide che indicasse i loro nomi. Nè alle vedove o alle famiglie fu corrisposto un aiuto, una pensione, un risarcimento. Solo un foglio di carta pergamena, vergato a mano con inchiostro di china, ne ricordava l’esistenza. Fu apposto alle pareti del santuario mariano di Pietralba dagli stessi sopravvissuti: «Zum Gedenken unserer Kameraden welche am 23.3.1944 in Rom gefallen sind» (In ricordo dei nostri compagni caduti a Roma il 23 marzo 1944).
Per sessant’anni li hanno bollati come SS, uomini delle squadre naziste delle Schutzstaffeln. In realtà i trentatre soldati morti nell’attentato partigiano di via Rasella del 23 marzo 1944, a cui seguì per rappresaglia la strage delle Fosse Ardeatine che costò la vita a 335 persone, erano cittadini italiani, contadini altoatesini arruolati a forza nel Battaglione di polizia" Bozen" durante l’occupazione nazista delle province di Trento, Bolzano e Belluno (zona di operazioni Alpenvorland), avvenuta subito dopo l’8 settembre. Portavano nomi di chiara origine italiana, trentina o ladina: Disertori, Stedile, Palla, Pescosta. Provenivano da paesi del Trentino Alto Adige come Caldaro, Vipiteno, Prato allo Stelvio, Luson, Sarnes. Avevano prestato servizio militare per il Regno d’Italia giurando fedeltà ai Savoia, ed erano stati inviati a Roma «perché sapevano l’italiano». Di loro, per anni, si cercò di cancellare ogni traccia. Davano fastidio sia a destra che a sinistra. Per l’iconografia della Resistenza erano SS naziste al comando di Herbert Kappler. Per la destra, erano italiani "diversi", in quanto sudtirolesi. Così per decenni non vi fu nemmeno una lapide che indicasse i loro nomi. Nè alle vedove o alle famiglie fu corrisposto un aiuto, una pensione, un risarcimento. Solo un foglio di carta pergamena, vergato a mano con inchiostro di china, ne ricordava l’esistenza. Fu apposto alle pareti del santuario mariano di Pietralba dagli stessi sopravvissuti: «Zum Gedenken unserer Kameraden welche am 23.3.1944 in Rom gefallen sind» (In ricordo dei nostri compagni caduti a Roma il 23 marzo 1944).Persino i loro resti furono "dimenticati" in un cimitero militare germanico sulla via Pontina, nei pressi di Pomezia, dove tuttora giacciono, senza nemmeno una targa di riconoscimento. Eppure, non solo non erano SS della Germania nazista i caduti di via Rasella, bensì cittadini italiani. Ma i sopravvissuti all’attentato si contraddistinsero per un gesto non comune di "disobbedienza" al nazismo e alla spietatezza delle sue leggi e dei suoi ordini. Una sorta di obiezione di coscienza per motivi religiosi. Secondo un’usanza in vigore nelle forze armate germaniche, l’esecuzione degli ostaggi sarebbe dovuta avvenire da parte dell’unità colpita, e cioè del battaglione Bozen. Herbert Kappler, che dal 1943 aveva poteri assoluti su Roma occupata dai nazisti, ordinò che fossero proprio i superstiti dell’undicesima compagnia del "Bozen" a "vendicarsi" dei compagni uccisi, eseguendo le fucilazioni delle Fosse Ardeatine.
Questi, un centinaio di soldati o poco più, compresi i feriti, che stavano nel primo e quarto plotone della compagnia (la bomba esplose in prossimità del secondo e terzo plotone), si rifiutarono di obbedire. «Noi non possiamo uccidere», dissero. «Noi non siamo capaci di uccidere. Siamo cattolici. Anche se i partigiani hanno ammazzato i nostri compagni e la rabbia è grande, noi non vogliamo uccidere altre persone». Fu lo stesso Feldmaresciallo Kesselring, in occasione del processo che lo vide coinvolto, che testimoniò come il comandante del battaglione Bozen si rifiutò di impartire ai suoi uomini l’ordine di ubbidire «poiché i suoi uomini erano cattolici e per di più delle classi più anziane, i quali non sarebbero riusciti ad imporsi di eseguire l’ordine» (vedi "L’Avvenire d’Italia", 21 febbraio 1947, riportato anche dallo storico Klaus Gatterer nel volume In Kampf gegen Rom). A rifiutarsi non furono solo i soldati dell’Undicesima Compagnia, ma anche quelli della Nona e della Decima, tutti altoatesini, che componevano il Terzo Battaglione del Bozen. Kappler si infuriò e decise di andare avanti egualmente con le proprie forze.
Al rastrellamento presero parte forze tedesche, ma anche molti italiani, appartenenti alle milizie fasciste di Salò (Decima Mas), come riportano alcune fotografie dell’epoca. Successivamente ai fatti di via Rasella, con decreto del 16 aprile 1944, il Reggimento di Polizia fu rinominato SS-Bozen, ma le reclute non furono mai volontari delle SS. Certo, non tutti gli uomini del Reggimento Bozen presero le distanze dal nazismo. Il Primo battaglione del Bozen fu infatti inviato in quella stessa primavera del 1944 in Istria, e impiegato in azioni di feroce lotta antipartigiana. Il Secondo battaglione fu invece inviato a Belluno, sempre per interventi di repressione antipartigiana, e alcuni uomini furono coinvolti nel massacro della valle del Biois, nel Cadore, dove furono assassinate barbaramente una quarantina di persone. Ma il gesto del Terzo battaglione, con il rifiuto di partecipare ai rastrellamenti e alla rappresaglia delle Fosse Ardeatine, si configura come una delle poche forme di obiezione di coscienza messe in atto nei confronti del nazismo. Su queste vicende, fresco di stampa è il libro «Dall’Alpenvorland a via Rasella. Storia dei reggimenti di polizia sudtirolesi (1943- 1945)» curato da Lorenzo Baratter per l’editrice Publilux di Trento. L’indagine storica riporta alla luce la storia dimenticata degli uomini dei reggimenti di polizia sudtirolesi creati dal regime di occupazione nazista e ricostruisce l’episodio dell’attentato partigiano di via Rasella a Roma. Suoi contributi sulle vicende dei reggimenti di polizia sudtirolese sono presenti anche nel libro «L’Alto Adige nel Terzo Reich» (2003), di Gerald Steinacher, responsabile del’Archivio storico di Bolzano e nella riedizione antologica del volume «Achtung Banditen», di Rosario Bentivegna (2004).
